I magistrati del pool antimafia ogni giorno

Palermo, negli anni 90, nella vita di un ragazzo privilegiato

Sono nato nel 1973, ero un “ventenne” nei primi anni 90. Un ragazzo privilegiato, perché ho sempre avuto l’opportunità di frequentare delle buone scuole, con degli splendidi compagni di classe, di avere affetto attorno, avere studiato un po’ di musica, avere giocato a pallacanestro, avere avuto dei gatti, di avere amicizie fichissime, e vivere in una zona bella e comoda di Palermo: a due passi dall’”albero Falcone”.

Quella strada è sempre stata trafficata, poi negli anni dei “Vespri Siciliani”, negli anni in cui aumentavano le scorte ai/alle magistrati/e, forse c’era più “confusione”, più rumore. Dico forse, perché nel quotidiano nell’essere un “ragazzotto” di quasi vent’anni, non c’erano grandi differenze. Sì, per strada si sentiva dire di tutto, anche “certo, questi magistrati, viste tutte queste scorte, queste sirene, dovrebbero vivere in una sola zona di Palermo, così la cosa si circoscrive”.

Io abitavo di fronte, e mi sembrava la Palermo di sempre. Anzi mi sembrava una cosa “troppo toca” (qui a Palermo è sinonimo di bella/ganza/figa) avere vicino un uomo di stato così importante, uno di “quelli del Maxi Processo”. Perché stiamo parlando mica dello sbarco sulla Luna, dei mondiali 82, del Muro di Berlino, stiamo parlando di uno degli eventi più straordinari della storia moderna, con dei segni molto visibili: prima, durante e dopo il processo.

E ce l’avevo sotto casa, quasi a toccarlo. E mia mamma una volta “ci stava sbattendo”. Era andata a fare la spesa, nella strada di ritorno camminava sotto quel Ficus di Via Notarbartolo, proprio mentre Giovanni Falcone e la scorta stavano uscendo da casa. A mia madre, per puro caso, cadeva uno dei sacchetti per terra, e la scorta si girava in maniera un po’ allertata e brusca verso di lei: a quel punto Giovanni Falcone interveniva, si scusava con mia madre e salutava.

Tra le amicizie fichissime, c’è quella con la famiglia di Peppino Di Lello. Lui è una persona piacevolissima da ascoltare e leggere, ma noi eravamo più amici di sua moglie e dei suoi splendidi figli. Peppino, detto “Peppis”, io solo dopo ho capito che fosse un intellettuale: per la mia famiglia era soprattutto il papà di Antonio, uno degli amici del cuore di mio fratello Roberto. Sono più grande di loro di 8 anni, ma era bellissimo vederli insieme, si amavano e si mangiavano tutte le polpette fritte da mia madre, prima di andare tavola. Una vita quotidiana che ci faceva guardare dentro a quegli anni straordinari, normalizzandoli: mio fratello tornava a casa, divertito dall’essere stato dentro una macchina “spaziale” con la sirena e avere potuto percorrere le corsie di emergenza.

O giocare a calcetto con Manfredi Borsellino. Il calcetto era uno dei momenti “top” per chi era come me un privilegiato. Non si andava a scuola (in siciliano, “na iccavamu”, ce la “buttavamo”) e noi della zona “Notarbartolo”, noi del liceo “Cannizzaro”, andavamo a giocare al “Fly Tennis”, in via Autonomia Siciliana, di fronte Via D’Amelio. E prenotavamo a nome “Buccellato”, che era uno degli splendidi miei compagni di classe del liceo: spesso Dario organizzava tutto da solo, e tra i suoi “convocati” alle volte c’era pure Manfredi. In campo era tostissimo, un rompi scatole, attaccato a palla e caviglie. Insomma, sempre cose da giovani: avere potuto guardare quello sguardo e rivederlo dopo trent’anni inquadrato nel processo “depistaggio”, e poter pensare soprattutto al pallone.

Mi fermo con le mie cose personali, salvo un’ultima nota.

La foto qui in alto l’ho fatta io, una decina di anni fa. In via Notarbartolo, “sotto casa mia”. Palermo 30 anni fa per me era bella, perché ero appunto un privilegiato, ma era un città molto indietro. In questa foto si intuisce come gli orrendi episodi del 92 ci hanno lasciato qualcosa dentro che fa cultura e fa esempio.

E lo vedo nei pensieri e nelle parole di quei “ragazzotti “che sono i/le miei nipoti, che oggi nel quotidiano sono più forti e migliori di me (allora).

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Andrea Borruso

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